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| Dove va l'informatica italiana (di Rodolfo Vignocchi) |
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Scenario E’ ampiamente condivisa la situazione di debolezza e fragilità del settore informatico italiano, ma prima di addentrarsi nelle considerazioni sul futuro e sui possibili sviluppi è bene analizzare, il più compiutamente possibile, le cause della attuale debolezza. Comprendere bene le cause aiuta sicuramente a individuare eventuali rimedi. Le cause La prima considerazione è che la situazione di difficoltà non è dovuta ad una inadeguatezza culturale e professionale. Al contrario, l’informatica, e la progettazione del software in particolare, è una attività adatta al tessuto professionale e culturale del nostro paese, dove abbondano, più che altrove, creatività, talento, inventiva, alcune delle caratteristiche chiave per eccellere su questo terreno: in Italia, in altre parole, siamo capaci di fare bene questo mestiere. Perché allora, con questi presupposti, il settore informatico in Italia non ha saputo svilupparsi adeguatamente e cogliere un treno che poteva essere molto consono alle caratteristiche del nostro paese ? Monopolio pubblico
Vent’anni fa avevamo in Italia una delle maggiori società di informatica del mondo. Finsiel era allora la prima o la seconda società europea per dimensioni ed una delle prime venti al mondo, ma tra queste era l’unica ad avere un mercato esclusivamente nazionale. Qui risiede uno dei primi problemi. Mentre altri paesi hanno sfruttato la domanda pubblica per far crescere attori importanti, che nel tempo si sono sviluppati ed hanno costituito i “campioni nazionali” del settore in un regime di mercato e di concorrenza, in Italia la stragrande parte della domanda della Pubblica Amministrazione, in particolare di quella centrale, è stata drenata da un monopolista pubblico. Ciò ha ostacolato la nascita di altri soggetti forti sul territorio che poi, cimentandosi in regime di concorrenza avrebbero potuto varcare la soglia dei confini nazionali. Finsiel, passata qualche anno fa all’interno del Gruppo Telecom e più recentemente entrata a far parte di un importante gruppo informatico privato, può ancora giocare un suo ruolo, ma non ha avuto quella spinta imprenditoriale che avrebbe potuto costituire un catalizzatore e un traino per l’intero settore. Dimensione delle imprese
Il tessuto industriale italiano con le sue caratteristiche dimensionali ha avuto un ruolo importante sullo sviluppo del settore IT. La frammentazione delle imprese e della loro domanda di informatica ha prodotto una polverizzazione dell’offerta ad essa speculare. Ma c’è anche una seconda conseguenza della dimensione delle imprese, che si riflette in termini di qualità e di quantità della domanda. Ci si chiede come mai le piccole imprese abbiano una spesa pro-capite in informatica così bassa. Una delle risposte, anche se non l’unica, risiede proprio nella dimensione strutturale. Le applicazioni informatiche portano benefici tanto maggiori quanto maggiore è la complessità delle organizzazioni. Nelle organizzazioni complesse a forte componente “burocratica” la gestione automatizzata dei flussi informativi e procedurali può consentire risparmi ed economie rilevantissime. In una azienda di dieci dipendenti (di cui magari tre impiegati) è onestamente difficile immaginare grandi economie dall’adozione di strumenti avanzati di gestione. In altre parole cento aziende da dieci dipendenti ciascuna originano una domanda inferiore in quantità e qualità rispetto ad una sola azienda di mille addetti. E’ questo il motivo per cui la nostra economia non aumenta la produttività così come avviene per esempio negli Stati Uniti, dove negli ultimi anni l’adozione massiccia di tecnologie informatiche ha consentito sotto questo profilo grandi passi avanti.
Multinazionali
Indirettamente legata ancora al tema delle dimensioni delle imprese è la constatazione che all’informatica italiana è mancata la spinta commerciale prodotta in altri contesti dalla presenza di multinazionali. Le grandi aziende globali infatti esportano nel mondo anche i loro modelli organizzativi, e con essi i prodotti software sui quali i loro modelli sono basati. Il primo veicolo commerciale delle società di software che oggi sono leader nel mondo è stato costituito dai loro clienti, che hanno “imposto” le loro soluzioni anche alle consociate nei diversi paesi del mondo. In Italia le società di software, che pure hanno realizzato prodotti che dal punto di vista dei contenuti non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi vendor, non solo non hanno goduto di questo effetto moltiplicatore, ma viceversa hanno subito, più che altrove, la concorrenza internazionale. Provincialismo culturale
Un altro fattore non trascurabile è costituito da un atteggiamento che definirei di “provincialismo culturale”, abbastanza diffuso nel nostro Paese (per fortuna non dappertutto), secondo il quale le migliori soluzioni devono per forza di cosa venire “da lontano”. Si viene a creare così una barriera di diffidenza per l’offerta “domestica” (e questo si verifica sia nel mondo privato sia in quello pubblico), che, a parità di contenuti tecnici, penalizza le soluzioni italiane, invece di privilegiarle. Si perde così la grande opportunità di utilizzare la domanda nazionale (in particolar modo quella pubblica) per rafforzare le imprese italiane del settore. A questo atteggiamento non è estraneo il mondo dell’Università che, con poche eccezioni, non ha certo contribuito a valorizzare gli operatori italiani del settore. Mancanza di una politica di settore
Con poca lungimiranza, ma questo è avvenuto anche in altri campi, la politica non ha saputo comprendere le potenzialità che il settore IT avrebbe potuto avere per lo sviluppo economico del nostro paese. Un forte sviluppo in questo tipo di economia sarebbe infatti pienemente compatibile con il nostro assetto strutturale: abbiamo un territorio poco adatto a grandi infrastrutture logistiche e abbiamo la necessità di non mettere a rischio il nostro patrimonio artistico-ambientale, che rappresenta la nostra migliore risorsa economica. La sottolineatura che all’importanza delle tecnologie dell’informazione viene data negli ultimi tempi è incentrata sulla necessità di favorire la diffusione nella società di sensibilità, di cultura e di strumenti. E questo è sicuramente un bene. Manca però ancora del tutto l’altro lato della medaglia, e cioè il focus sullo sviluppo dell’ Industria Informatica Italiana. Mancata aggregazione
Le imprese del settore informatico soffrono anch’esse della difficoltà a crescere che caratterizza l’intero mondo imprenditoriale italiano. Oserei dire che ne soffrono in misura ancora maggiore e questo a causa di un atteggiamento di chiusura e di “ego professionale” che contraddistingue i mondi ad elevata cultura tecnica. La conseguenza di ciò è che, nonostante tutti dichiarino la necessità di unire le forze per dare vita a strutture più solide e competitive, è molto più frequente che da una società di software ne nascano due più piccole piuttosto che due società esistenti si aggreghino per realizzarne una di maggiori dimensioni. Col risultato che moltissime società hanno fatto e continuano a fare le stesse cose, in una dimensione insufficiente ad essere davvero leader di mercato.
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| L’Industria Informatica Italiana e il sistema Paese Analizzate alcune delle cause alla base della debolezza strutturale del nostro settore spostiamo il ragionamento sulla situazione attuale cercando di rispondere alle seguenti domande: che ruolo può avere l’Industria Informatica nello sviluppo dell’economia del Paese ? Quali opportunità esistono per le imprese del settore di superare le attuali debolezze ? Le due domande sono strettamente connesse e sono anche profondamente legate alle riflessioni sul futuro economico dell’Italia. Non ci sono dubbi: le nuove tecnologie dell’informazione costituiscono la base portante per l’affermarsi dell’"economia della conoscenza". Non c’è dubbio neanche sul fatto che l’Europa debba giocare il proprio futuro facendo leva in particolare sull’elemento competitivo-distintivo costituito dalla profondità del radicamento culturale e dal sistema delle conoscenze. L’Italia, per vocazione, per storia, per caratteristiche strutturali e territoriali potrebbe/dovrebbe essere uno dei portabandiera in questo percorso. Per fare questo occorre un presidio autorevole delle tecnologie dell’informazione e di conseguenza un sistema sufficientemente forte ed evoluto di imprese nel settore IT; un sistema in grado di mantenere una forte identità ed una altrettanto forte capacità progettuale autonoma e non un sistema in grado solo di veicolare in Italia soluzioni e prodotti progettati altrove. Questo è un rischio che si corre realmente se le imprese del settore non riescono ad avere la forza e la determinazione per mantenere o addirittura rafforzare l’intelligenza e la capacità interna di progettare. Tale perdita costituirebbe un enorme impoverimento per tutto il Sistema Paese e in particolare per il tessuto imprenditoriale.
Le imprese industriali hanno necessità di continuo rinnovamento anche sotto il profilo dei processi e dei modelli di business. Le aziende che nel mondo hanno avuto il maggiore successo negli ultimi anni sono, con poche eccezioni, aziende che hanno rivoluzionato il modo di stare sul mercato e di impostare la relazione con i propri clienti (si pensi a Dell, Ryan Air, Zara, Ikea….). Nessuna di queste ha sbaragliato i concorrenti sul fronte dell’innovazione dei prodotti. La chiave vincente è stato il modello di business. Questa constatazione apre uno spiraglio importante di ottimismo (o quantomeno di opportunità) per l’impresa italiana, che spesso, quando ha avuto successo, lo ha fatto sulla base di idee innovatrici nel modo di impostare il proprio business (si pensi a suo tempo Benetton). Per stare su questa frontiera occorre grande creatività imprenditoriale (che agli italiani non manca) ed occorre una forte capacità di supporto in termini di tecnologie di gestione dei processi. Oggi infatti nessun modello innovativo di business può essere sostenuto senza il supporto di una adeguata infrastruttura di soluzioni tecnologiche. E se le imprese italiane devono reinventarsi i modelli di business hanno bisogno di avere al loro fianco un “pensiero creativo” anche sotto il profilo delle tecnologie. Occorre pertanto una “Industria Informatica Italiana” capace di interpretare queste innovazioni mettendo a disposizione le tecnologie e le soluzioni necessarie. Non si fa innovazione e differenziazione nel modo di fare business se si procede solo importando modelli e prodotti software standardizzati, pensati per altri contesti e, soprattutto, pensati lontano. E’ vero peraltro che l’informatica è ancora una industria giovane; ed è soprattutto giovane il suo campo di utilizzo. Per ancora molto tempo evoluzione tecnologica e innovazione nel suo utilizzo si inseguiranno, dando vita a continui nuovi cicli di soluzioni e prodotti software. Se in Italia resta vivace e forte un sistema di imprese che ha la capacità di cavalcare questa evoluzione continua, mantenendo una propria capacità di progettazione e innovazione, c’è la possibilità ancora di cogliere in positivo uno di questi cicli (in altre parole di prendere un treno vincente). Ma il presupposto è che, da una parte, le imprese del settore non si trasformino tutte in colonie di grandi multinazionali straniere e che, dall’altra, le imprese industriali e la Pubblica Amministrazione raccolgano la sfida dell’innovazione di modello, inquadrando la tecnologia informatica come un possibile potente acceleratore della competitività e non come una commodity da acquistare al minor prezzo possibile. |
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Che cosa fare Alcune delle cause della debolezza del settore prima analizzate non sono purtroppo rimovibili. Su altre invece si può fare molto. Prima di tutto è compito degli operatori del settore, quelli che credono in questa possibile prospettiva di evoluzione, superare con decisione le attuali frammentazioni. E’ indispensabile riuscire ad avere quelle dimensioni minime necessarie per poter sostenere gli investimenti che una tecnologia in continua evoluzione richiede, anche solo in termini di aggiornamento delle conoscenze. I modelli di alleanza possono rispondere a diversi criteri: collegamenti intersettoriali tra società che operano su mercati complementari (imprese, banche, P.A), ovvero collegamenti specializzati per costituire “poli” di riferimento su specifici settori di mercato, ovvero ancora alleanze mirate a mettere insieme diverse modalità di erogare prodotti e servizi (consulenza, system integration, outsourcing, on demand..). L’importante è conseguire una identità forte ed una altrettanto forte capacità progettuale e di investimento, per potere costituire quel ruolo di interlocutore di riferimento di cui ha bisogno l’economia italiana. In secondo luogo è necessario che nasca una politica industriale di settore e questo è compito dei politici e dei rappresentanti delle imprese (è da salutarsi con favore la recente integrazione tra le diverse associazioni di categoria). Non è solo la diffusione della sensibilità all’uso delle tecnologie informatiche che deve costituire una priorità per chi governa il paese, ma anche il rafforzamento dell’industria informatica italiana, se si vuole rimanere al passo o, meglio ancora, guadagnare in competitività del sistema paese. La domanda interna deve costituire una leva da utilizzare con intelligenza, nei limiti ovviamente delle regole del gioco, per rafforzare i soggetti che operano nel settore. Solo così potranno esserci forse le condizioni perché qualche operatore italiano abbia la legittimazione e la forza sufficiente per affrontare in prospettiva, perché no, anche alcuni mercati esteri. La strategia di evoluzione economica del paese può anche costituire una guida per i segmenti e le nicchie da perseguire con maggiore determinazione. Se probabilmente è difficile pensare di competere su scala globale con i grandi player internazionali su software gestionali standard a largo spettro e a larga diffusione, si possono individuare nicchie di specializzazione funzionali ai settori industriali nei quali l’Italia potrà ancora giocare un ruolo importante. Altro indirizzo coerente con le caratteristiche storico-culturali del nostro paese può essere costituito dalla specializzazione sui “contenuti” in una prospettiva di sempre maggiore convergenza tra informatica e comunicazioni. E, perché no, si può pensare di cavalcare la tendenza, già dimostrata dal mercato italiano, di essere più sensibile alle tecnologie “domestiche” che a quelle aziendali (diffusione di cellulari e di home hi-tech lo stanno a dimostrare). Deve anche cadere infine il pregiudizio che da diverse fonti ha penalizzato invece che irrobustire le imprese italiane del settore. Anche perché è inconfutabile che dal punto di vista della capacità intellettuali e professionali l’Italia non è seconda alla gran parte dei paesi che oggi esprimono in questo settore i leader di mercato. |
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